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Grottaglie – H. Venosa: 0 – 0

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   Un’iniezione di fiducia importante in chiave salvezza
per i gialloverdi oraziani 

 

Venosa indenne a Grottaglie

  Castelgrande erge un muro invalicabile ed è punto d’oro 

  SPOGLIATOIO _ Il carismatico mister campano non ha effettuato

sostituzioni: “Perchè toccare una squadra che girava bene”.

Di Paquale:  

“Pochi ci credevano? E’ più bello”.

  

 

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L’Horatiana conquista

  

un punto d’oro a Grottaglie 

  

  

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 Di Pasquale non fa cambi, la squadra lo soddisfa

e l’Horatiana coglie un punto pesante.

  

Un Venosa che piace 

I gialloverdi tengono testa al Grottaglie

e impressionano  

  Spogliatoio _ Mister Di Pasquale è contento della prova

“SONO SODDISFATTO”  

PAGELLE

Difesa promossa

Gli attaccanti lucani peccano in cattiveria

 

Nato  a  Carbonera  in  provincia  di  Treviso  il  19  dicembre  del 1937, Adriano Reginato si rivelò fin dagli esordi un portiere dalle discrete doti tecniche. Infatti, approdò giovanissimo nel settore giovanile del Treviso e con i biancazzurri esordì anche nel Campionato di Serie C. Dopo il debutto abbastanza precoce, si trasferì al Torino in Serie A, ricoprendo comunque mansioni da dodicesimo, mentre nel 1965/66 visse una proficua stagione nelle file del Lanerossi Vicenza, dove si alternò alla guardia dei pali con il più esperto Franco Luison. Ad ogni modo, nell’estate del 1966 gli si presentò un’occasione importante, in quanto lo annotò sul taccuino degli acquisti da realizzare Manlio Scopigno, giovane tecnico che stava allestendo un Cagliari che gli avrebbe dato grandi soddisfazioni in un futuro neanche troppo lontano. Reginato si guadagnò meritatamente i galloni di titolare, relegando in panchina Pianta, in un Cagliari comunque già quotato e forte dei talenti di Riva, Rizzo, Boninsegna e Greatti. Il giovane Reginato si distinse immediatamente nel panorama di quella Serie A difficile ed equilibrata. Il suo exploit iniziale fu ragguardevole. Infatti, gli riuscì di conservare la propria imbattibilità per 712’, in pratica dalla gara d’esordio di campionato sul terreno del Lecco fin alla ottava giornata del 16 novembre del ‘66, quando la squadra isolana fu piegata al Comunale di Torino dalla Juventus, per mano di un gol di Virginio De Paoli.

La sua brillante performance ebbe comunque un prosieguo nel corso di tutto il torneo, con appena 17 gol al passivo ed una difesa ermetica, in cui già spiccava sopra le righe la tenacia del battitore libero di origini argentine Angelo Longo, cresciuto nelle giovanili della Juventus. Completavano il pacchetto arretrato dei rossoblu sardi gli esterni Martiradonna e Longoni e l’altro centrale Vescovi, mentre il talentuoso Cera si destreggiava a centrocampo prima di trasformarsi in un libero di successo. Dopo l’esordio vincente di Lecco (0-2), il Cagliari allungò la striscia di risultati utili a 7 consecutivi: Milan (0-0) e Bologna (4-0) in casa, Foggia (0-0) e Roma (0-0) in trasferta, quindi ancora doppio turno interno con Fiorentina (1-0) e Venezia (4-0), fino appunto alla sconfitta di misura sul terreno della Juventus. Il record di imbattibilità iniziale di Reginato rimane tutt’ora ineguagliato, tuttavia l’ottimo comportamento del portiere trevigiano in quella stagione non ha mai avuto un seguito pari alle attese. Infatti, scarsa fortuna avrebbe avuto questo estremo difensore quasi sempre relegato nel corso della sua carriera al ruolo di dodicesimo, soprattutto quando in Sardegna approdò il più quotato e referenziato Ricky Albertosi, che scalzò impietosamente Reginato dai pali della porta della squadra di Scopigno. L’estremo difensore trevigiano riuscì comunque a collezionare una sola presenza nella stagione del 1969/70, quella in cui il Cagliari vinse il suo storico scudetto. Strano destino quello di Reginato, passato alla storia del calcio per meriti esclusivamente personali e mai premiato come adeguatamente richiedevano le sue qualità tecniche.

XX^ (13/01/2008)

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H. Venosa (4 – 4 – 2): Castelgrande; Tranchino, Carlino, Musco, Giunta (dal 52′ Branicki); Livieri (dal 52′ Grasso), Conte, Papagni, Malagnino; Baratto (dal 92′ Persichino), Ciocia. All.: Di Pasquale. A disp.: Annunziata, Manfredi, Nano, Piscopo.

Brindisi (4 – 4 – 2): Ferla; Colella, Zangla (dall’85’ Pesce), Corazzini, Donvito; Fiore (dall’85’ Caputo), Kettlun, Lenti, Sifonetti; De Palma (dall’80’ Barca), Picci. All.: Silva. A disp.: Ioffrida, Blasi, Papa, Greco.  

Arbitro: D’Angelo (di Ascoli Piceno) – Assistenti: Bonifazi e Ferranti.

Marcatori: De Palma (B) al 65′; Conte (HV) al 75′. 

Note: Ammoniti Musco (HV), Malagnino (HV), Baratto (HV), Donvito (B) e Caputo (B).

Corner: 4 – 3 ; Recuperi: 1 + 5.  

 – HIGHLIGTHS –

Registriamo, secondo le cronache dei quotidiani locali, quanto verificatosi al “M. Lorusso” tra Horatiana Venosa e Brindisi: i padroni di casa, sotto di un gol (peraltro contestatissimo dalla squadra e dalla tifoseria gialloverde), riacciuffano il pari disputando un pregevolissimo secondo tempo che li porta a sfiorare la vittoria. Meglio il Brindisi nel primo tempo: sfrutta il maggior possesso palla e crea non poche difficoltà al centrocampo di mister Di Pasquale. Di marca oraziana, invece, tutto il secondo tempo: l’innesto del polacco Branicki ridà vitalità a tutto l’undici gialloverde che, subita la marcatura di De Palma in sospetto fuorigioco,  si porta in parità con un gran gol di Marco Conte e sfiora, nei minuti finali, il gol della vittoria.

Questi gli highlights principali così come tratti dai più importanti quotidiani regionali: 

– 5′. Su punizione battuta da Malagnino, spunta dalle retrovie Carlino che colpisce di testa mandando l’attrezzo poco lontano dal palo della porta difesa dall’ottimo Ferla;

– 7′. Sifonetti supera come birilli due difensori gialloverdi e tira in porta senza, però , alcun pericolo per il bravo Castelgrande;

– 12′. Papagni tenta la conclusione dalla lunga distanza: la palla sorvola la traversa;

– 20′. Sifonetti, che già prenota la palma di migliore in campo, taglia in area per il centravanti brindisino Picci che, però, si fa anticipare da Castelgrande;

– 21′. Ci prova, ancora da fuori area, Conte: ma la palla vola di nuovo sopra la traversa;

– 30′. Baratto, lanciato con precisione da Papagni, ferma la palla e con un preciso diagonale, mette in rete alle spalle di Ferla. D’angelo, però, annulla, perchè il numero 10 gialloverde avrebbe colpito, almeno secondo il direttore di gara, il pallone con la mano;

– 40′. Ci prova De Palma dalla distanza: la sua conclusione è debole e diventa facile preda di Castelgrande;

– 65′. GOL: Il Brindisi passa in vantaggio con De Palma. Una disattenzione della difesa gialloverde consente a Sifonetti di far filtrare una palla al centro dell’area oraziana. De Palma, che è solo  e tenuto in gioco da Carlino (non però Picci che è in netto fuorigioco), ha tutto il tempo di stoppare e depositare il pallone in rete;

– 70′. Baratto dalla distanza manda ancora oltre la traversa;  

– 75′. GOOOOOOL. Baratto, dalla posizione di trequartista, trova, grazie anche ai rapidi movimenti di Branicki e Ciocia, un corridoio diagonale sulla destra dell’attacco oraziano nel quale s’inserisce Conte. Il giovane centrocampista oraziano si porta avanti la palla e, giunto quasi al fondo, fa partire un diagonale di rara potenza che trafigge Ferla;

– 86′. Malagnino lancia Baratto il quale si porta via la palla e dalla posizione nella quale Conte ha trovato il gol del pari, sferra un diagonale altrettanto potente sul quale questa volta Ferla non si fa sorprendere;

– 92′. Ciocia, lanciato in contropiede, entra in area brindisina e la momento di calciare in porta, si fa anticipare da Ferla, il quale devia in corner.     

La partita termina sul punteggio di parità con un gol per parte che accontenta, viste le occasioni sprecate dall’Horatiana, un Brindisi forse troppo presto convinto di poter portare via l’intera posta, e punisce, per l’ennesima volta, un undici, quello di mister Di Pasquale, che conferma tutte le difficoltà nel concretizzare la mole di gioco prodotta, ma, anche, una certa costanza nel pescare terne arbitrali diciamo “distratte”.

di Donato Mennuti 

 

XX^ Giornata (13/01/2006)

H. Venosa – Brindisi: 1 – 1 

CASTELGRANDE: alla terza gara da titolare in quarta serie,  mai severamente impegnato,  sbriga il lavoro ordinario con la sicurezza di un veterano. Gol a parte, su cui può fare davvero poco, conferma di meritare, in attesa di buffon Curci, i galloni di vice e la fiducia di mister Di Pasquale. Sentinella (6)

TRANCHINO: pena su Sifonetti (in assoluto il migliore in campo)  che dalla sua parte arriva manco fosse grandine. Lui cerca di ripararsi e qualche volta ci riesce. Altre volte un pò meno: perchè l’undici pelato brindisino a sinistra pare Tomba a Calgary. Più che buttare il sangue a rincorrerlo, sbattersi per 95 minuti ed uscire dal campo con la lingua di fuori, Gennaro proprio non può. Manodopera (6+).

GIUNTA: inizia limitandosi ad un proficuo monitoraggio della zona di competenza. Poi, visti Fiore e Lenti che se la giocano come a tamburrello sulla spiaggia, si mette a spazzare come uno della “Devizia” che rischia la cassa integrazione. Ad inizio ripresa Di Pasquale lo richiama in panca perchè serve un ’90. Spaurito (6-).  

GRASSO: Branicki per Livieri impone un ’90 in campo: lui entra e non ne imbrocca una che sia una. Pare il dodicesimo brindisino. Provveda l’Ufficio Indagini. In bambola (5).    

MUSCO: Anticipa e doma Picci con facilità disarmante. Sembra un calamaro gigante che allunga i tentacoli e acchiappa qualsiasi pallone ballonzoli in area. Arriva dappertutto: anche dove qualche compagno non può perchè pare aver assunto bromuro. Insuperabile. The Wall (7).

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CARLINO (nella foto sopra con De Palma e Picci): pare, almeno dagli spalti, che non si amino troppo, Carlino e Musco. E però li in mezzo sembrano Mogol e Battisti. Mario, quando testa alta esce fuori dalla difesa e imposta, sembra cantare cio che Mauro scrive. Ma non basta: perchè – dicono – sbaglia l’inzuccata iniziale dell’immediato vantaggio e soprattutto tiene in gioco De Palma che segna. Ma non Picci – dico io – che è in fuorigioco. Opinioni (7-).
 

PAPAGNI: sembra uscito da un convento francescano con l’aria angelica e la barba da santo che si ritrova… Invece a centrocampo fa il kingkong tra i palazzi di new york: e azzanna come uno zombie ogni pallone che passa dalle sue parti. Dovesse fermarsi farebbe più danni di uno sciopero nazionale dei benzinai e tabaccai. Duracell (7,5).

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CONTE (nella foto sopra con Kettlun): stranamente sciapo per tutto il primo tempo, ci aggiunge pure un pò di confusione. Certo ha di fronte quel Kettlun la cui bicicletta che dà l’avvio all’azione del vantaggio brindisino vale da sola il prezzo del biglietto. Nella ripresa, però, complice l’ingresso di Branicki che “si smazza” per disturbare i primi portatori di palla brindisini, Marco respira aria nuova, ritorna a dettare i tempi del gioco oraziano e si permette pure il lusso di andare a fare un altro gol pesante e come uno Shevchenko qualsiasi (6,5).

LIVIERI: le solite corse con i soliti spunti interessanti. La stoffa c’è, ma, come si dice, ha ancora i calzoni corti. Perchè pare timido e se lo è quando il dirimpettaio di fascia è quasi un pari età, beh allora… Fabio sa quanto lo stimo: però ogni tanto si liberi della gabbia tattica. Perchè a fare il compitino tutti sò bravi. E lui può fare di più. Soldatino (6).

MALAGNINO: conferma le virtù materne non estraniandosi mai dalla lotta. A volte con la clava altre col pennello, fa vedere i sorci verdi al giovane Colella. Un pò li vede lui quando si accentra e trova i vari Fiore e Kettlun sulla sua strada. A parlarne male non ci riesco: ma è proprio necessario rincorrere e falciare l’autore di un fallo subito e non fischiato rimediando l’ammonizione? Primo. E secondo: a quando la bontà di cedere l’onere di qualche calcio piazzato? Cavallo Pazzo (6,5).

CIOCIA: si danna l’anima e fa movimento come dicono quelli bravi. Forse troppo: infatti perde in lucidità. Quella che consente di non sbagliare nei momenti topici della gara:  ed infatti lui sbaglia. Prendendosi i fischi beceri e prevenuti dei molti incompetenti che occupano la tribuna del “Lorusso”. I quali, quando nel finale sbaglia il possibile due a uno, ne chiedono quasi la fucilazione. Li voglio vedere al prossimo gol decisivo dell’unica punta punta dell’Horatiana. E voglio vedere lui dopo che l’avrà segnato: specie se in casa (6)

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BARATTO (nella foto sopra)un certo Donvito, classe ’88, ex primavera Bari, gli dà in uno scatto solo quattro metri. E però va col culo per terra quando Giovanni, senza toccare palla e solo con una finta di gambe, lo impappina in una zolla di un metro quadro. Nello stretto pare geniale: sciorina tre o quattro giocate da spellarsi le mani; e quando ha spazio regala a Conte un pallone che manco Pirlo a Dortmund. Prestigiatore (7)   

BRANICKI: Entra e accende la luce ad una Horatiana che pare giocare “a fari spenti nella notte”. Dimostrando alla società che avrebbe fatto bene a farlo partire titolare. E facendola pentire di un incoerente ed inutile pugno di ferro che alla fine si trasforma in uno stupido autogol per essa stessa: perchè un provvedimento disciplinare o è tale (e c’è la tribuna) o non lo è (e c’è una partita da vincere). Decisivo (7).

PERSICHINO: La tribuna lo reclama prima (s.v.)

DI PASQUALE: Crede alla salvezza e fa bene. Finalmente parla degli arbitri e fa bene. Ma, come detto in altra sede, almeno al “Lorusso”, ha l’obbligo di non lasciare punti.  E i suoi avanti di iniziare a segnare. Viceversa “non lo salvano neanche i pompieri”.

di Donato Mennuti

 

Meno male che il girone H della serie D non è la serie A italiana: per la quale, due anni fa, nell’estate dei mondiali vinti anche da Lippi (10), Buffon (10), Cannavaro (10), Del Piero (10) e perciò da Moggi (almeno 9), i poteri dello Stato, in mano al centro sinistra di quel furbastro pesce lesso incompetente di prodi (3) e di quella slavata fannullona in calore di melandri (3), decisero, con il contributo assai determinante dei media (pure questi quasi tutti in mano al centro sinistra) e per il tramite del signor rossi (2), ex senatore diesse ed ex consigliere d’amministrazione inter, che per i campionati a venire non ci sarebbe più stata lotta al vertice e che il più grande scopritore di bidoni in giro per il mondo, alias moratti (2), avrebbe indossato scudetti altrui e vinti altri per un indeterminato futuro.      

Il girone H della serie D, invece, è, sia al vertice che in coda, bello, incerto, avvincente e combattuto, pur se risente, almeno nel settore arbitrale, di quello che i giornalai sportivi (3) di mediaset, la7, repubblica, corriere della sera, corriere delo sport, il messaggero e gazzetta dello sport si ostinano a chiamare “nuovo corso”: quello voluto dai nuovi padroni del vapore calcio che hanno chiamato a dirigerlo, un signore, di nome collina (2), che riuscì, anni fa, ad arbitrare, al “Renato Curi” di Perugia, una partita di calcio tra rane e rospi.  

E’ già da un pò di domeniche che Bitonto e Barletta si danno il cambio in testa: è ancora presto per “la bandiera a scacchi”, ma, avendole viste personalmente (il Bitonto al “Lorusso” ed il Barletta al “Puttilli”) non vorrei stessero “tirando la volata” all’Aversa che domenica andrà facile facile a Lavello (9 alla sua dirigenza che sta onorando la maglia e il nome del Lavello) mentre le B&B baresi si “menano” tra loro.

I neroverdi di Zunico regolano, in rimonta, con un gol del “nuovo” Giuntoli, quel Sapri che non perdeva da ben quattro turni e nei quali aveva raggranellato “solo” dieci punti. Il Barletta, invece, subisce la terza sconfitta esterna e cede all’Aversa del nuovo corso di mister Sergio.

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In zona play off resistono il Gragnano che, nell’anticipo di sabato, al “Pisicchio” di Lavello, fa grandinare 8 palloni sui “bravi ragazzi” di Inguscio, ed il Grottaglie che, nonostante la sconfitta a Francavilla (nella foto sopra un’azione della gara), mantiene la posizione e, però, già vede la ruota anteriore proprio dell’undici di mister Lazic che, al Fittipaldi, e cioè in casa, sta trovando un ruolino di marcia degno delle cosiddette “grandi”. Immediate inseguitrici di queste sono Ischia e Brindisi che impattano, pure se in modo diverso, rispettivamente contro Savoia e Horatiana: se l’Ischia,  sprecona sino all’inverosimile in casa contro il Savoia, perde due punti, il Brindisi, a Venosa (nella foto sotto un’azione della gara), ne conquista uno, viste le occasionissime non concretizzate dagli avanti oraziani nei minuti finali.

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Considerato in off side il Lavello, “la mischia” dei play out è già in piena bagarre. “La meta” è ancora lontana e però già emergono gli indizi di un’incertezza che regnerà sovrana sino all’ultima giornata. l’Horatiana, con il pari in casa, si fa scavalcare da una Viribus che va a vincere addiruttura a Fasano conquistando perciò doppia posta, e si fa avvicinare invece sia dal Quarto (vittorioso nei minuti finali contro l’ex sorpresa Pomigliano) che dal sorprendente Matera il quale, sul difficile campo e nell’ostico ambiente di Giugliano, conquista, con la nuova conduzione tecnica di mister Raggi, una meritatissima vittoria.

Che all’Horatiana di mister Di Pasquale, ormai, manca da tre gare: nonostante due di queste si siano disputate al “Lorusso”. 

Domenica contro un Brindisi che vanta un organico tra i migliori del girone e contro l’arroganza di un sistema (rappresentato dalla terna arbitrale e da 2 commissari di campo) che vuole avvelenare il calcio partendo dalle serie minori, l’Horatiana, dopo un primo tempo decisamente sotto i suoi standards casalinghi, nella ripresa e, soprattutto, nell’ultima mezz’ora, ha dimostrato di poter giocare alla pari con tutte le formazioni del girone: il carattere, la voglia, le palle “tirate fuori” hanno fruttato il pari. Che è rimasto tale per l’ormai cronica e quasi maniacale incapacità di “metterla dentro” che colpisce chi, nell’Horatiana, per mestiere e ruolo, dovrebbe segnare.

Con i pareggi in casa e le sconfitte fuori casa, “manco coi pompieri ci salviamo”.

Questo mister Di Pasquale lo sa, e lo sa l’intero ambiente: il quale deve ritornare a fare quadrato ed a compattarsi contro chi vuole che l’anno prossimo il “Lorusso” torni ad essere vuoto. Chiunque esso sia: ivi comprendendo un regime, più che una classe arbitrale, che mostra, senza ritegno e ogni domenica, la sua sudditanza psicologica non verso le cosiddette grandi (che pure potrebbe starci), ma, più vigliaccamente, verso certi e cosiddetti bacini d’utenza (che, evidentemente, per loro sono più bacini di paura).   

di Donato Mennuti

                  

(XX^ Giornata)

H. Venosa – Brindisi: 1 – 1

 

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   Brindisi in vantaggio con Di Palma
Conte rimette le cose a posto con un diagonale

  Venosa

 

l’urlo resta in gola

  Baratto e Ciocia falliscono l’impresa nei minuti finali 

  SPOGLIATOIO _ Di Pasquale: “Potevamo farcela”.

  “Il merito dei ragazzi è stato quello di crederci

  e ci stavamo riuscendo”.

  

 

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Primo tempo scialbo, ripresa decisamente più interessante 

Nel finale i lucani sfiorano la vittoria

    H. Venosa: contro il Brindisi 

  

  un pareggio che serve a poco

  

 

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 L’Horatiana contesta la rete realizzata dal Brindisi.

Un punto “condito”

  

da tante polemiche  

  Mister Di Pasquale crede alla salvezza

PAGELLE

Baratto e Conte si fanno sentire

 

 

Difficile parlare di certe storie di calcio. Difficile pensare che non avremo mai più l’occasione di vedere all’opera un talento di simili proporzioni. Un calciatore di cui non sapremo mai la grandezza: Eduard Streltsov.  

Un talento straordinario che nelle menti “piccole piccole” dei comunisti dell’URSS degli anni ’50 sarebbe dovuto servire solo a dare lustro alla società sovietica: a diventare il simbolo dello sport comunista.

Ma il ragazzo, allegro, ingenuo, amante anche della bella vita, capelli poco più lunghi del lecito, amante di feste e della wodka, sembra incarnare più la libertà giovanile che il falso rigore proletario.

Cosi le alte sfere di quelle mummie ingessate, che dicono di governare “in nome del popolo”, decidono di rovinargli la carriera e la vita. Devono solo trovare la “scusa”:  delle “prove” non c’è bisogno.

La trovano in una frase pronunciata da Eduard alla persona sbagliata nel posto sbagliato. 

Secondo molti così si spiega la triste vicenda di Eduard Streltsov, che all’epoca dei fatti ha 21 anni e ha vinto un oro olimpico arrivando settimo nella classifica del “Pallone d’Oro”. Attaccante tecnicamente dotato ma anche alto e potente, gioca nella Torpedo, squadra dell’industria ZIL, una delle piccole di Mosca dietro le grandi CSKA, Spartak e Dinamo. A Melbourne vince da solo la semifinale con la Bulgaria ai supplementari, e però non gioca la finale perché il CT preferisce una coppia d’attacco composta da giocatori dello stesso club e il suo compagno di squadra Ivanov è out. Per questo non riceve la medaglia d’oro che il regime aveva voluto riservare solo ai titolari della finale: rifiutando, poi, di prendere quella del suo sostituto poichè – dice – avrà tempo per vincere ancora.

Non sarà così. Il 25 maggio del 1958 lascia il ritiro premondiale per andare a una festa alla dacia di Eduard Karakhanov: un militare appena tornato dall’Estremo Oriente. Il giorno dopo lo arrestano con un’accusa tremenda: stupro. Durante la festa, Streltsov avrebbe abusato di una giovane: Marina Lebedeva. Quelli del KGB lo interrogano nel carcere della Butirka, gli fanno credere che se confessa andrà alla Coppa del Mondo in Svezia, lui ci casca e finisce invece in un Gulag, dove lavorerà in una miniera che gli risulterà fatale. Condannato a 12 anni, ne sconterà 7. L’Unione Sovietica, senza il suo attaccante più pericoloso, con il solo Jascin, ai mondiali di Svezia esce ai quarti perdendo 2-0 proprio con la squadra di casa che, con Streltsov in campo, era stata battuta 6-0.

Cosa è successo davvero nella dacia moscovita quella sera di maggio? Le versioni sono innumerevoli: quasi tutte innocentiste. Anche se alcuni recenti articoli hanno ipotizzato la colpevolezza di Streltsov. La vulgata principale parla di uno Streltsov che rivolge un insulto alla figlia di Yekaterina Furtseva: l’unica donna del Politburo di quegli anni. La giovane ha sedici anni ed è infatuata del giocatore. “Sposerebbe mia figlia?” gli chiede la donna. “Ho già una fidanzata, non la sposerò”. Pare che poi qualcuno lo abbia ascoltato mentre dice a un amico: “Non sposerei mai quella scimmia”. L’offesa, nell’URSS di quegli anni, è grande e può valere l’imprigionamento del ragazzo:evidentemente anche la soppressione di un talento calcistico assoluto. Secondo altri, invece, Streltsov viene incastrato perché rifiuta l’ingaggio nella squadra del KGB (la Dinamo) o in quella dell’esercito (il CSKA). Non è dato sapere quel che è accaduto realmente: Streltsov scrive alla madre che sta pagando per colpe altrui. Il suo coach cerca di fare carte false per averlo ai mondiali ma gli viene detto che il caso è giunto sino a Kruscev e non c’è nulla da fare.

Torna nel 1965: non ha più il passo dei vent’anni ma la tecnica è ancora sopraffina tanto che il colpo di tacco in Russia ancora oggi lo chiamano “lo streltsov”. È ancora tesserato per la Torpedo, che vince il suo primo titolo proprio nel ‘65: viene eletto miglior giocatore sovietico nel 1967 e 1968. Chiude la carriera nel 1970: il “Best russo”, così viene soprannominato, gioca 222 partite con i bianconeri di Mosca, segnando 99 reti. In nazionale invece il bottino è di ben 25 gol in 38 partite: quarto nella classifica “all time” dei marcatori sovietici dietro Blokhin, Protasov e il compagno di squadra Ivanov. Colpito da un tumore alla gola, causato sicuramente dagli anni trascorsi in miniera, Eduard Streltsov muore a Mosca il 20 luglio del 1990: il giorno dopo avrebbe compiuto 53 anni. Non potremo mai sapere se il Best russo era colpevole o è stato veramente incastrato e, se sì, perché. Qualcuno però giura di avere avvistato davanti alla sua tomba niente meno che Marina Lebedeva: la vittima del presunto stupro di cui fu accusato. Era il 1997: da allora la Lebedeva sembra svanita…

Come svanì velocemente il talento di Eduard Streltsov: soppresso dalla follia politica di un regime che in quegli anni era più forte anche degli Dei del Calcio.