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Archive for the ‘Grandi storie di Calcio’ Category

Difficile parlare di certe storie di calcio. Difficile pensare che non avremo mai più l’occasione di vedere all’opera un talento di simili proporzioni. Un calciatore di cui non sapremo mai la grandezza: Eduard Streltsov.  

Un talento straordinario che nelle menti “piccole piccole” dei comunisti dell’URSS degli anni ’50 sarebbe dovuto servire solo a dare lustro alla società sovietica: a diventare il simbolo dello sport comunista.

Ma il ragazzo, allegro, ingenuo, amante anche della bella vita, capelli poco più lunghi del lecito, amante di feste e della wodka, sembra incarnare più la libertà giovanile che il falso rigore proletario.

Cosi le alte sfere di quelle mummie ingessate, che dicono di governare “in nome del popolo”, decidono di rovinargli la carriera e la vita. Devono solo trovare la “scusa”:  delle “prove” non c’è bisogno.

La trovano in una frase pronunciata da Eduard alla persona sbagliata nel posto sbagliato. 

Secondo molti così si spiega la triste vicenda di Eduard Streltsov, che all’epoca dei fatti ha 21 anni e ha vinto un oro olimpico arrivando settimo nella classifica del “Pallone d’Oro”. Attaccante tecnicamente dotato ma anche alto e potente, gioca nella Torpedo, squadra dell’industria ZIL, una delle piccole di Mosca dietro le grandi CSKA, Spartak e Dinamo. A Melbourne vince da solo la semifinale con la Bulgaria ai supplementari, e però non gioca la finale perché il CT preferisce una coppia d’attacco composta da giocatori dello stesso club e il suo compagno di squadra Ivanov è out. Per questo non riceve la medaglia d’oro che il regime aveva voluto riservare solo ai titolari della finale: rifiutando, poi, di prendere quella del suo sostituto poichè – dice – avrà tempo per vincere ancora.

Non sarà così. Il 25 maggio del 1958 lascia il ritiro premondiale per andare a una festa alla dacia di Eduard Karakhanov: un militare appena tornato dall’Estremo Oriente. Il giorno dopo lo arrestano con un’accusa tremenda: stupro. Durante la festa, Streltsov avrebbe abusato di una giovane: Marina Lebedeva. Quelli del KGB lo interrogano nel carcere della Butirka, gli fanno credere che se confessa andrà alla Coppa del Mondo in Svezia, lui ci casca e finisce invece in un Gulag, dove lavorerà in una miniera che gli risulterà fatale. Condannato a 12 anni, ne sconterà 7. L’Unione Sovietica, senza il suo attaccante più pericoloso, con il solo Jascin, ai mondiali di Svezia esce ai quarti perdendo 2-0 proprio con la squadra di casa che, con Streltsov in campo, era stata battuta 6-0.

Cosa è successo davvero nella dacia moscovita quella sera di maggio? Le versioni sono innumerevoli: quasi tutte innocentiste. Anche se alcuni recenti articoli hanno ipotizzato la colpevolezza di Streltsov. La vulgata principale parla di uno Streltsov che rivolge un insulto alla figlia di Yekaterina Furtseva: l’unica donna del Politburo di quegli anni. La giovane ha sedici anni ed è infatuata del giocatore. “Sposerebbe mia figlia?” gli chiede la donna. “Ho già una fidanzata, non la sposerò”. Pare che poi qualcuno lo abbia ascoltato mentre dice a un amico: “Non sposerei mai quella scimmia”. L’offesa, nell’URSS di quegli anni, è grande e può valere l’imprigionamento del ragazzo:evidentemente anche la soppressione di un talento calcistico assoluto. Secondo altri, invece, Streltsov viene incastrato perché rifiuta l’ingaggio nella squadra del KGB (la Dinamo) o in quella dell’esercito (il CSKA). Non è dato sapere quel che è accaduto realmente: Streltsov scrive alla madre che sta pagando per colpe altrui. Il suo coach cerca di fare carte false per averlo ai mondiali ma gli viene detto che il caso è giunto sino a Kruscev e non c’è nulla da fare.

Torna nel 1965: non ha più il passo dei vent’anni ma la tecnica è ancora sopraffina tanto che il colpo di tacco in Russia ancora oggi lo chiamano “lo streltsov”. È ancora tesserato per la Torpedo, che vince il suo primo titolo proprio nel ‘65: viene eletto miglior giocatore sovietico nel 1967 e 1968. Chiude la carriera nel 1970: il “Best russo”, così viene soprannominato, gioca 222 partite con i bianconeri di Mosca, segnando 99 reti. In nazionale invece il bottino è di ben 25 gol in 38 partite: quarto nella classifica “all time” dei marcatori sovietici dietro Blokhin, Protasov e il compagno di squadra Ivanov. Colpito da un tumore alla gola, causato sicuramente dagli anni trascorsi in miniera, Eduard Streltsov muore a Mosca il 20 luglio del 1990: il giorno dopo avrebbe compiuto 53 anni. Non potremo mai sapere se il Best russo era colpevole o è stato veramente incastrato e, se sì, perché. Qualcuno però giura di avere avvistato davanti alla sua tomba niente meno che Marina Lebedeva: la vittima del presunto stupro di cui fu accusato. Era il 1997: da allora la Lebedeva sembra svanita…

Come svanì velocemente il talento di Eduard Streltsov: soppresso dalla follia politica di un regime che in quegli anni era più forte anche degli Dei del Calcio.

 

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Il 6 febbraio 1958 un’intera squadra veniva coinvolta in un disastro aereo: molti giocatori morivano, altri si salvavano. Dieci anni dopo, gli scampati e i giovani innesti conquistavano a Wembley la Coppa dei Campioni. Ricordiamoli. 

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Monaco di Baviera, 16,04 del 6 febbraio 1958: un bimotore della British European Airways, chiamato «Lord Burleigh», ottiene il permesso di alzarsi in volo.
Comincia a rullare lentamente, infila la pista di decollo, porta il motore al massimo e inizia a muoversi.
Si alza, pur se a fatica, e quando è a non più di cinque metri dal suolo s’incendia e scoppia in volo: con ogni probabilità – scoprirà in seguito la Commissione d’inchiesta subito insediata dalle autorità tedesche – il carrello, non ancora completamente rientrato, ha urtato una macchia d’alberi e il velivolo è scoppiato trasformandosi in un’enorme torcia per i serbatoi colmi di benzina.

Il «Lord Burleigh» era pilotato dal capitano James Thain, un uomo che aveva al suo attivo moltissime ore di volo come ufficiale della Royal Air Force durante la guerra, e proveniva da Belgrado: il velivolo era stato, infatti, affittato dal Manchester United come «charter» per trasportare la squadra campione d’Inghilterra a giocare con la Stella Rossa in Coppa dei Campioni. A bordo dell’aereo, quindi, con la squadra britannica, c’erano giornalisti, tecnici, membri dello «staff» del club: la stessa gente, più o meno, che era nell’aereo del Torino che nove anni prima si era schiantato contro la collina di Superga.

Stella Rossa – Manchester United, la sera prima, si era conclusa con un ottimo 3-3 per i britannici che, infatti, si consideravano già praticamente qualificati.
Era, «quel» Manchester United (nella foto sopra), una squadra giovanissima e fatta tutta quanta praticamente in casa da quel grande scopritore di talenti che era Matt Busby. «Quel» Manchester United, anzi, era tanto di Busby che i suoi componenti erano conosciuti dappertutto come i «Busby’s Babes», i «ragazzi di Busby». Ebbene, di quei ragazzi, ben otto (i terzini Roger Byrne e Geoff Bent; il mediani Edward Colman e Duncan Edwards; il centromediano Mark Jones; gli attaccanti William Whelam, irlandese, Tommy Taylor e David Pegg) persero la vita mentre tutti gli altri (i portieri Harry Gregg e Raymond Wood; il terzino Billy Foulkes; il mediano Jackie Blanchflower, nordirlandese, gli attaccanti Bobby Charlton, John Burry, Ken Morgans, Dennis Viollet, Albert Scanlon) oltre allo stesso Busby, rimasero, in maniera più o meno grave, tutti quanti feriti. Tra gli altri che persero la vita nell’incidente, ci fu anche l’ex portiere della nazionale britannica che sconfisse l’Italia 4-0 a Torino: quel Frank Swift che i tifosi di allora ricordano sia per le sue parate sia per il maglione giallo canarino che indossava nelle partite più importanti e che, conclusa la carriera agonistica, divenne giornalista sportivo.

Il “crash” del bimotore della BEA fu terribile e tra i sopravissuti c’è ancora chi lo ricorda come il peggior momento della propria vita. Gregg – che stava giocando a carte – ricordò così, alcuni giorni dopo in ospedale, quel terribile istante: “Pensai che fosse arrivata la fine. Quando l’aereo esplose persi i sensi e quando tornai in me, nella carlinga sventrata e avvolta dalle fiamme, mi trovai letteralmente circondato di gente morta e di feriti che si lamentavano. Aprii gli occhi incredulo e la sola cosa che feci, senza volontà e come un automa, fu di lasciare il mio posto e di scendere dall’aereo scivolando su di un’ala e di lì saltare a terra.

Tra le squadre che hanno fatto la storia del calcio moderno, il Manchester voluto e costruito da Matt Busby ha un posto di assoluta preminenza. Letteralmente plasmata dal suo ideatore, era una formazione composta di giovanissimi che lo stesso Busby aveva pescato nelle giovanili oppure che si era assicurato per poche sterline da altre società. E alla sua scuola tutti avevano migliorato in tecnica e gioco sino a divenire un undici in grado di farsi rispettare da chiunque, Real Madrid compreso. Bill Foulkes, uno dei superstiti, così ricorda quei tempi: “Se non ci fosse stata la tragedia di Monaco, la Coppa dei Campioni l’avremmo vinta noi: il 3 a 3 di Belgrado, infatti, ci consentiva di non avere problemi nel match di ritorno. Poi ce la saremmo vista con il Milan che, però, non temevamo. E quindi con il Real che era alla nostra portata”. 

Il destino, però, aveva deciso diversamente.

Nominato Cavaliere dieci anni dopo la sciagura di Monaco, Matt Busby così ricordava la storia della «nascita» della sua squadra di allora: «In porta giocava Wood che comperammo dal Darlington per seimila sterline e a cui chiedevamo di fare solo ciò che sapeva. Come terzini c’erano Bill Foulkes, un marcantonio che venne da noi dal St. Helens e che faceva coppia con l’aristocratico Roger Byrne, uno che si muoveva in campo come Nureyev sul palcoscenico, ma contro il quale, anche gente come Finmey e Mortensen non si era mai divertita. Questa, invece, era la linea dei mediani: Eddie Coiman, lo stilista, a destra; il forte Duncan Edwards a sinistra e Mark Jones, il comandante, al centro. E, in seconda istanza, Jackie Blanchflower. In attacco, poi, c’erano Johnny Berry, che acquistammo dal Birmingham per 25.000 sterline; Billy Whelan; Tommy Taylor, pagato 29.999 sterline dal Burnley perché per noi il tetto delle 30.000 sterline era insuperabile; Dennis Viollet e David Pegg».
E se questa era la «crema» di quel Manchester United, non è che il resto fosse molto diverso: gente come Bobby Charlton, Alex Dawson, Wilf McGuinness, Nobby Stiles, Nobby Lawton oppure Johnny Doherty, infatti, si presentava da sola!

A volere Busby al Manchester United era stato, alla fine del ’44, Louis Rocca che divenne lo «scout» preferito dal nuovo tecnico, il quale chiamò, come suo secondo, il gallese Jimmy Murphy.
E il duo Busby – Murphy, sin dai primi tempi, cominciò a lavorare in una sola direzione: quella che avrebbe portato alla creazione della grande squadra che scomparve quasi del tutto a Monaco.
Negli anni del management di Busby, il Manchester United ottenne alcuni risultati che ancor oggi sono dei primati: come il 10-0 inflitto all’Anderlecht nel ’56; i 64 punti nella stagione 1956′ – ’57; i 103 gol segnati nel ’57 – ’58 e nel ’58 – ’59; i 32 di Viollet (1959 – ’60); i titoli assoluti del ’52, ’56, ’57, ’65, ’67.
E a questi record, visto che è il più «Busby’s Babe» di tutti, vanno aggiunti, sia i 198 gol segnati da Bobby Charlton in maglia rossa nel periodo ’56 – ’73, sia le 106 presenze totalizzate nella nazionale britannica dallo stesso giocatore.

Distrutto a Monaco, il Manchester United, un po’ come l’araba fenice, risorse poco a poco dalle sue ceneri: alla guida della squadra era rimasto lo stesso Busby e, man mano che i superstiti si riprendevano, Sir Matt vi costruiva attorno una nuova squadra di cui Bobby Charlton era contemporaneamente guida e «star», ma, nella quale, gente come lo scozzese Dennis Law e l’irlandese George Best si integravano alla perfezione. E quando nel 1968, dieci anni dopo la tragedia del «Lord Burleigh», il Manchester United ottenne la sua prima vittoria in Coppa dei Campioni, Busby considerò conclusa la sua opera: dieci anni dopo, infatti, era riuscito a ricostruire una squadra simile a quella che si era disintegrata a Monaco e, pur se con un ritardo di dieci anni, era riuscito a portare a Manchester il più prestigioso titolo continentale. Gli uomini di quell’incontro furono Stepney; Brennan, Dunne; Crerand, Foulknes, Stiles; Best, Kidd, Charlton, Sadler, Aston: alcuni sopravissuti tra i primi «ragazzi di Busby», ed altri, la maggioranza, «nuovi».
Ma tutti plasmati dalle mani del «gran vecchio» del calcio inglese che quella sera a Wembley (29 maggio 1968) alla fine, pianse…

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Il Manchester United trionfatore della Coppa Campioni 1968, a 10 anni esatti di distanza dal disastro di Monaco. Al centro, con la Coppa, Sir Matt Busby. 

 

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                                                               tn_astutillo_eroe_11.jpg  Per chi ha memoria di calcio, Astutillo Malgioglio è stato, per diversi anni, la riserva di Walter Zenga nell’Inter dell’ultimo scudetto (quello vero!). Arrivato giovanissimo a Bologna dalla Cremonese, passò una vita a difendere, in serie B e un anno in A, la porta del Brescia. Poi arrivò a Roma (sponda giallorossa) per fare il secondo a Tancredi e quindi alla Lazio in B dove fu protagonista di uno degli episodi più vergognosi della storia del calcio italiano.

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Astutillo viveva una doppia vita: oltre a quella pubblica di buon portiere di serie B e secondo di A, seguiva ed aiutava, quando non era impegnato con il calcio, bambini portatori di handicap

Accusato di scarso impegno in campo, in una gara all’Olimpico contro il Vicenza, alcuni beoti laziali gli dedicarono uno striscione che recitava testualmente: “TORNATENE DAI TUOI MOSTRI”.  Malgioglio, al termine della partita, uscendo dal campo, si tolse la maglia e, gettatala a terra, la ricoprì di sputi.

Questo Post è un omaggio al coraggio di un Uomo che, oggi, spentisi i riflettori sulla sua pur umile parabola calcistica, è stato dimenticato.

Per farvelo conoscere solo un pò meglio, ecco un’intervista, del 2002, nella quale Astutillo Malgioglio racconta un pò di sè: 

Il calcio business, tutto soldi e “fame di vittoria”, persone come Astutillo Malgioglio non le vuole, non sa che farsene, anzi ne ha paura. Di sicuro non se le merita. La voce bassa, le parole piene d’amarezza. Malgioglio, 43 anni ex portiere di Brescia, Roma, Lazio, Inter e Atalanta, racconta la sua storia. Da giocatore ha sempre diviso il suo tempo tra i campi di calcio e l’aiuto ai bambini disabili. Un impegno costante che lo portò ad aprire un centro di recupero a Piacenza, città dove è nato e adesso vive. Terminata la carriera si è dedicato totalmente ai bambini handicappati, ma da un anno è stato costretto a chiudere la palestra per mancanza di fondi.

“Hanno vinto loro. Mi hanno battuto. Da giocatore ho lottato tutti i giorni, per continuare ad aiutare chi, al contrario di noi calciatori, non potrà correre mai. Adesso che sono un ex, non ho più frecce nel mio arco, né forza per combattere. Quello del calcio è un mondo senz’anima. Gira solo intorno a se stesso e ai suoi piccoli drammi della domenica; ogni voce fuori dal coro è un pericolo. E quando smetti, si spengono le luci. Nessuno si ricorda più di te”.

Astutillo scava nel passato e ricorda: “Avevo 19 anni ed ero titolare del Brescia in serie B quando, grazie ad un amico, visitai per la prima volta un centro per disabili. Mi impressionò la loro emarginazione, l’abbandono, il menefreghismo della gente. Fu un’emozione fortissima, un pugno nello stomaco. I miei genitori si sono sempre impegnati nel sociale, mi avevano già “insegnato” il rispetto e la solidarietà verso gli altri, ma quel giorno tutto mi apparve chiaro. La vita non è solo una palla di cuoio. Mi sono messo a studiare e mi sono specializzato nei problemi motori dei bambini. Poi col primo ingaggio ho aperto una palestra ERA 77 (dalle iniziali del nome di mia figlia Elena nata nel 1977, mia moglie Raffaella e del mio). Lì offrivamo terapie gratuite ai bambini disabili. Li aiutavamo a camminare, a muoversi da soli”.

Il tentativo di coinvolgere i compagni di squadra, tranne rare eccezioni, non ha mai avuto successo: “I miliardari del pallone dicono sempre di non avere tempo, di essere stressati. Per anni io ho fatto la spola tra il campo d’allenamento e la palestra a Piacenza: nessuno stress, solo la sensazione di essere un uomo migliore. Con i bambini ottenevo la vittoria più importante, la parata da ricordare”.

Passi per l’indifferenza. Ma c’era chi del suo impegno nel sociale gliene faceva addirittura una colpa: “In tutta la carriera non ho mai saltato un allenamento. Ero uno di quelli che si definiscono “professionisti esemplari”. Eppure, spesso, non bastava. Il bravo calciatore deve pensare solo ed esclusivamente al calcio. Qualsiasi altro interesse è visto come una pericolosa distrazione, anche quando aiuti dei ragazzi handicappati. Hai sempre gli occhi di tutti puntati addosso: compagni, dirigenti, tifosi. Devi rendere al 110% per non sentire le chiacchiere odiose e disumane degli sciocchi”.

E ad ogni umano errore l’ignobile commento: “Quello pensa agli handicappati invece che a parare.Ho visto Juve-Chievo – continua Malgioglio – e la papera di Buffon sul primo gol: può capitare di perdere la palla in un’uscita. Ma fosse capitato a me mi avrebbero massacrato”.

In carriera Malgioglio ha cambiato diverse maglie. Dovunque è andato ha continuato ad aiutare chi aveva bisogno: “Nel 1983 sono arrivato alla Roma. Dei due anni in giallorosso conservo ricordi splendidi. Ho avuto ottimi rapporti con tutti. La società mi è sempre venuta incontro: portavo i bambini disabili a Trigoria per la rieducazione, usavo la palestra della squadra dopo l’allenamento”. Tra i compagni dell’epoca il ricordo più forte va a un indimenticabile campione che dal calcio è stato tradito fino alle estreme conseguenze: “Di Bartolomei, il nostro capitano, aveva una sensibilità particolare. Come me parlava poco, ma aveva un cuore grande. Andavamo spesso negli ospedali a trovare i bambini che erano in terapia intensiva”.

Ma Roma porta alla mente non solo i successi sportivi, la finale di Coppa dei campioni e la possibilità di continuare ad impegnarsi nel sociale. Il tono di Astutillo si fa più basso e malinconico: “Dopo due anni in giallorosso passai alla Lazio, in serie B. Fu una stagione tormentata in cui vissi l’episodio più triste della mia carriera. La squadra stentava, la società era assente e disorganizzata, i tifosi non mi lasciavano in pace. Criticavano il mio impegno fuori dal campo, insultavano la mia famiglia. Mi sono sempre chiesto il perché di tanto odio; non ho mai preteso applausi, solo un po’ di rispetto. In casa col Vicenza perdemmo 4 a 3 e il pubblico si scatenò. Fischi continui a ogni mio intervento, fino a quando comparve uno striscione in curva: “Tornatene dai tuoi mostri”. Alla fine della partita mi sfilai la maglia, la calpestai, ci sputai sopra e la tirai ai tifosi. Sono un uomo anch’io. La società chiese la mia radiazione. Dello striscione invece non parlò nessuno”. Chi non avrebbe fatto la stessa cosa? Eppure Malgioglio ci tiene a precisare. “Quello che mi ferì di più, non furono le cattiverie nei miei confronti ma la totale mancanza di rispetto, di solidarietà, di pietà per quei bambini sfortunati che non c’entravano niente. “Mostri”, così li hanno chiamati. Il giorno dopo a Piacenza ho visto i genitori di quei bambini, che mi guardavano negli occhi. Non sapevo cosa dire. Mi sono vergognato per quei tifosi. Molti di quei bambini oggi non ci sono più”.

Aveva deciso di smettere quando arrivò la telefonata di Trapattoni: “Non è giusto che uno come te lasci il calcio” mi disse. Firmai in bianco e restai all’Inter cinque anni, vincendo l’ultimo scudetto nerazzurro. Con gli ingaggi rinnovai la palestra con attrezzature all’avanguardia.Venivano da tutta Italia per fare rieducazione nel mio centro”. Il destino volle che molti anni dopo, il 4 marzo del 1990 giorno di Lazio-Inter, Zenga, il titolare, fosse squalificato: “Giocavamo al Flaminio, perché l’Olimpico era in ristrutturazione in vista dei Mondiali. Trapattoni non ebbe alcun dubbio: vai in campo – mi disse – non sentire i fischi che arriveranno, dimostra che uomo e che portiere sei. Il clima era teso, il presidente Pellegrini mi chiese di portare dei fiori alla curva laziale per non far scatenare i tifosi, c’era il rischio di incidenti. Io gli risposi che non sarebbe servito a niente, ma a malincuore portai quei fiori”. Risultato? “La partita iniziò con 15 minuti di ritardo per lancio di oggetti contro la mia porta. Mi dissero di tutto. Perdemmo 2 a 1 ma fui il migliore in campo. Fummo bloccati negli spogliatoi per parecchio tempo. I tifosi volevano assalirmi”.

Sembra assurdo ma una parte di imbecilli invece di chiedere scusa a Malgioglio, ancora lo insulta: “Sono tornato a Roma a fine carriera. Una volta per parlare ad un convegno sui problemi dei disabili, all’uscita, per strada mi hanno riconosciuto e insultato”.

A 34 anni Astutillo ha chiuso la carriera nell’Atalanta a causa di una serie di gravissimi problemi fisici che ancora lo tormentano. Da un anno purtroppo il suo centro di rieducazione è chiuso: “La salute e la mancanza di fondi mi hanno costretto a chiudere la palestra. Io ho di che vivere, non chiedo niente a nessuno. Ma la struttura costa molto e non me la sento di far pagare i pazienti. Ora faccio quel che posso seguendo i casi più gravi a domicilio. Ho ancora tanti macchinari, alcuni fatti fare su misura. Non so a chi darli, un centro come ERA 77 rappresentava un unicum in Italia. E’ un peccato sia finita così”. Dal mondo del calcio, neanche a dirlo, nessun aiuto, nessun interesse: “Finchè fai parte di quel mondo, riesci ancora a coinvolgere qualcuno, ad attirare l’interesse. Una volta finito di giocare però nessuno si ricorda più di te. Non mi è mai piaciuto bussare alla porta della gente, ho cercato di sensibilizzare tante persone. Ma ognuno deve fare ciò che si sente”.

C’è un compagno che Malgioglio non dimentica: “Klinsmann mi è sempre stato vicino. Ha seguito la mia attività per anni, aiutandomi molto”. Non ne fa un dramma, ma si sente che gli dispiace essere stato dimenticato da tutte le sue ex società: “Eppure in un recente sondaggio sono stato eletto miglior portiere della storia del Brescia e c’ero anch’io nell’Inter che ha vinto l’ultimo scudetto. Ma non ho mai ricevuto un invito, neanche per vedere una partita. Pazienza, così va la vita”. Se fosse arrivata una proposta sarebbe rimasto nel mondo del calcio? “Mi sarebbe piaciuto lavorare con le giovanili. Ma uno come me è “pericoloso”: mi batterei contro la tratta dei baby calciatori che arrivano dall’estero, bambini che vengono strappati dal loro ambiente. Dove finiscono tutti quelli che non sfondano nel calcio? Se potessi, ad un ragazzo cercherei di far capire l’importanza dello studio, del rispetto verso gli altri, e gli direi che il gol più bello è aiutare chi ha bisogno. Perchè il calcio è un gioco, ma la vita è un’altra cosa”.

Già la vita, quella che Malgioglio e sua moglie, premiati dall’Unesco, continuano a spendere aiutando gli altri: “Mi ha chiamato un’organizzazione cattolica, i frati trappisti di Lodi, per la creazione di un centro per bambini abbandonati. Voglio aiutarli, le mie macchine potrebbero ricominciare a lavorare”. Chiudiamo con un’ultima considerazione: oggi spesso la solidarietà nel mondo del pallone è solo di facciata. Malgioglio sospira: “Un’amichevole a Natale, un sorriso alle telecamere, una frase di circostanza e tutti a casa. Quanti dedicano davvero qualche ora a chi soffre? So di Tommasi e pochi altri. Mosche bianche in un mondo di ricchi, fortunati e ciechi. Immagino le loro difficoltà. E quando finiranno di giocare, saranno dimenticati. Perchè il calcio non ti perdona niente, neanche la solidarietà”.

     

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