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Archive for ottobre 2007

(IX^ Giornata)

 H. Venosa – Ischia: 1 – 2.

 

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Vantaggio di Di Meglio, pareggio di Branicki e Mattera fa felice l’Ischia 

Un gol fantasma  

  

piega il Venosa

Gara ferma  nove minuti: guardalinee colpito

Di Pasquale: “Non era certo nemmeno l’assistente: una rete da non convalidare”

  

Curci: “Ero io sulla linea, la palla era fuori”

 

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Contestata la convalida del secondo gol dell’Ischia  

  

Venosa, una sconfitta

  

con tante polemiche

 

 

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Gara sospesa due volte per le proteste prima da una parte e poi dall’altra

Un recupero

  

troppo insufficiente  

Isolani in vantaggio due volte con Di Meglio e Mattera.
Per il Venosa segna Branicki

Commenti _ Di Pasquale sereno sulla prestazione dei suoi

 

– Pagelle Venosa –

Buona prova offerta da Tranchino e Carlino

Musco gladiatore

Piscopo: prestazione macchiata dal rosso

 

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Highbury: 1913 – 2006

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Il 7 maggio 2006, alle 18:30, ha smesso di battere, definitivamente, il cuore di Highbury. L’Arsenal batte il Wigan. E’ l’ultimo atto: il risultato è un dettaglio. E’ l’ultima partita dal 1913. Molti tifosi, specie quelli più anziani, non trattengono le lacrime. Si ripete quanto in novantatré anni riuscì soltanto alle bombe dei nazisti, che distrussero il tetto della tribuna nord perché lo stadio si era trasformato nella caserma della vigilanza antiarea.

Allora i Gunners ottennero ospitalità a White Hart Lane, la tana dei cugini rivali del Tottenham. Ma il 7 maggio 2006 lo sfratto è stato definitivo, senza appello.

Uno stadio affascinante, perfetto e leggendario, che non c’è più se non sui videogiochi di calcio.

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Uno stadio tipicamente inglese, con un display nello spicchio lasciato libero tra la tribuna Nord e la Ovest, perché ad Highbury le tribune erano scollegate (quattro muri di cemento piantati attorno al campo) col vento che d’inverno si infilava gelido e pungente e potevi vedere la signora Jones che sbatteva il tappeto nella casa in mattoni scoperti cinquanta metri oltre la bandierina del corner. E quella tribuna (la East Stand) in stile art decò inaugurata nel 1936, cosi bella ed originale che aveva fatto guadagnare ad Highbury l’appellativo di salotto del calcio inglese e che era un simbolo di distinzione in tutto il mondo calcistico. E poi quell’orologio posto sopra la clock end, sempre pronto a scandire i momenti cruciali, belli e brutti, della storia dei “cannonieri”.

Il nuovo stadio dei gunners? A circa cento metri da quello demolito: si risale la collinetta di Highbury e si gira a destra. Gli emiri pagheranno in 15 anni 100 milioni di sterline (oltre 150 milioni di euro) per abbinare la loro ricca compagnia aerea all’Arsenal e alla sua nuova sede. E cento milioni sono oltre un quarto di quanto il club ha investito nel progetto, indebitandosi con le banche, succhiando soldi alla Nike e a ogni altra azienda amica. Il nome del nuovo stadio? Innominabile…

I dirigenti hanno pensato che i 38 mila posti di Highbury non garantissero il futuro al club fondato nel 1886: non puoi competere se non hai grandi incassi. Hanno chiesto, supplicato, ai proprietari delle case intorno ad Highbury se volevano vendere: si buttava giù e si allargava lo stadio. Ma quei proprietari, quelle caratteristiche case inglesi non le hanno volute vendere e allora si è tirato giù il vecchio stadio, sacrificato sull’altare di un nuovo progetto in nome del business.

Highbury quindi se ne è andato insieme alla sua storia e alle sue leggende. Come quella del cavallo che si dice sepolto insieme al carretto mentre costruivano il North Bank negli Anni Trenta e mai ritrovato. E le leggende di uomini e di squadre, riassunte magnificamente nel murales, dipinto dai bambini e dai pensionati, nel corridoio della tube di Arsenal. Facce, momenti, trionfi. Tony Adams che alza una Coppa, Charlie George, il tour sui pullman scoperti per celebrare una vittoria. Liam Brady…

Il murales termina con i cannoni che sparano verso la nuova casa. Uno stadio moderno da 60mila posti, di forma circolare, comodo, comodissimo, ma che non trasmette un briciolo di emozione e di passione e non avvicina i tifosi ai propri eroi.
Highbury ora diventerà un esclusivo complesso residenziale. Il vecchio curatissimo prato, teatro di tante leggendarie partite, sarà il giardino condominiale, dove in mezzo ai bambini che giocheranno a palla a volte volteggieranno, inorriditi, i fantasmi di giocatori del passato…

 

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VIII^ (21/10/2007)

H. VENOSA (3 – 4 – 1 – 2):  Curci; Musco, Carlino, D’Andrea; Tranchino, Papagni, Conte, Giunta; Chiaiese (dal 51′ Mirabile); Livieri (dal 65′ Piscopo – nella foto in alto), Ciocia (dal 70′ Persichino). All.: Di Pasquale. A disp.: Castelgrande, Vitale, Manfredi, Grasso.

MATERA (4 – 4 – 2): Petruzzelli; Grassani D., Della Corte, Zaro (dal 56′ Ferrentino), Raimondi; Cocca, Risi (dal 63′ Selvaggi), Gambino Naglieri; Passiatore (dal 75′ Marsico), Novembrino. All.: Ruisi. A disp.: Buono, Grassani F., Tritto, Schettino.

Arbitro: Marini (di Roma) – Assistenti: Leone e Maggiore.

Note: Ammoniti Giunta (HV), Zaro (M), Raimondi (M), Selvaggi (M), D’Andrea (HV); Espulso D’Andrea (HV) per doppia ammonizione. 

Corner: 3 – 5 ; Recuperi: 0 + 5.  

 – HIGHLIGTHS –

Registriamo, secondo le cronache dei quotidiani locali, quanto verificatosi al “Lorusso” tra Horatiana Venosa e Matera: una gara combattuta soprattutto a centrocampo, e condizionata, dall’espulsione, alla fine della prima frazione, del centrale di difesa dell’Horatiana D’Andrea.

Questi gli highlights principali così come tratti dai più importanti quotidiani regionali: 

– 7′: il Matera va in gol ma su netta posizione di off side: l’arbitro annulla;    

– 13′: Su traversone di Tranchino, Conte prova il tap in vincente, ma Petruzzelli è attento e blocca l’attrezzo;

– 21′: Chiaiese su punizione costruisce laprima palla importante per gli avanti gialloverdi che, però, non concludono;

– 24′: Grassani D, su punizione, dalla distanza, sorvola la traversa;

– 43′: L’episodio che condiziona la gara: D’Andrea, per fallo da ultimo uomo, viene espulso dal direttore di gara. Sul conseguente calcio di punizione, Passiatore prima e Risi poi impegnano severamente Curci che si fa trovare, come al solito, prontissimo a salvare la porta oraziana;

– 49′: Su corner di Gambino, tap in, da distanza ravvicinata, di Zaro che supera Curci e grida al gol prima del provvidenziale intervento di capitan Musco che salva sulla linea;

– 55′: Ciocia, con un traversone dalla traiettoria pericolosa, mette in difficoltà Petruzzelli che si salva in corner;

– 83′: l’Horatiana, in dieci, rischia di vincere la gara: su calcio piazziato, il nuovo entrato Persichino sferra un missile terra aria che ha il merito di essere velenoso e la colpa di essere centrale. Petruzzeli respinge mandando in corner;

– 95′: Horatiana e Matera s’impongono il pari che va bene ad un Venosa sicuramente meno brillante di altre volte (ma con un uomo in meno) e male ad un Matera che è al quarto pari consecutivo ma sempre nei bassifondi della classifica.

Donato Mennuti 

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VIII^ Giornata (21/10/2007) 

H. Venosa – Matera: 0 – 0

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CURCI. “Santo Subito” magari no: ma se continua così, mi sa che a fine torneo “I Draghi Gialloverdi” ufficializzeranno la proposta. Mai che appaia insicuro. Il doppio intervento su Passiatore prima, e Risi poi, ne sono testimonianza. Così come le sue uscite “fuoriporta”: da manuale. E quando, non per sua colpa, viene superato, ci pensa “provvidenza” Musco. BEATO (7).

TRANCHINO. Mette il guinzaglio al baby “fenomeno” Naglieri che aveva mandato in tilt, a casa sua, il Francavilla. E però non disdegna le “sue solite giocate”. Anche quando, con l’Horatiana in dieci, viene costretto agli straordinari “non pagati”. ERCOLINO (6,5).

GIUNTA. Dicono che Criscito avrebbe meritato di essere svezzato – alla Juve – da un difensore più scafato, tipo Cannavaro per intenderci. Invece tra un Andrade un po’ spaesato ed un Birindelli arrangiato … Per Marcello non è proprio così: ha solo 18 anni e, però, ha al fianco Carlino e Musco, i quali vanno solo studiati meglio. RIMANDATO, ma per l’età, con la sufficienza (6).

MUSCO. Non gli va giù che lo scettro della difesa oraziana passi nelle mani di Carlino. E allora gioca che è una meraviglia. Migliorandosi gara dopo gara. E non sbagliando mai. Domenica, alla maggior eleganza del compagno di reparto, ha risposto con un quasi-gol (perchè di questo trattasi) “salvando”, a Curci battuto, la sua porta dal “quasi gol” materano di Zara. PROVVIDENZA (7,5).

CARLINO. Ecco uno che il Wwf dovrebbe proteggere: visto che è rimasto uno dei pochi (di quelli che oggi chiamiamo centrali difensivi) ad interpretare il ruolo anche alla vecchia maniera del “libero”. Spazzasse (che poi significa arronzasse) mai la palla. Mai. “Pulisce” l’area e ne esce palla al piede e testa alta per impostare. Guardatevi Juan della Roma (che Voeller ha portato nella capitale per pochi milioni di euro). Quelli meno giovani ricordino l’ultimo Krol napoletano (Franco Baresi mi è sembrato eccessivo). E poi ditemi di Carlino. PORTENTO (7,5).

D’ANDREA. Certo un’espulsione fa sempre danni. E però proviamo ad immaginare il suo mancato intervento da ultimo uomo (ammesso che sia stato tale) ed il conseguente gol del Matera. Con l’Horatiana che, senza Malagnino e Branicki, deve recuperare. Paradossalmente è lui, insieme a capitan Musco, a salvare l’undici oraziano. Ed allora PARADOSSALMENTE (6).

PAPAGNI (nella foto). La migliore lucidità aggiuntasi alla consueta reattività sulla linea mediana è una sorpresa per molti. Non per chi scrive. Pur eccedendo qualche volta nel tackle, il nostro, con esperienza e grinta, ma anche grande visione tattica, finisce sempre per alleggerire una Horatiana che, per metà tempo, è stata con l’uomo in meno. GUERRIERO (7).

CONTE. All’Horatiana si decidano: o lo hanno scambiato per Nostro Signore dei miracoli e si aspettano che risolva, con il gol, ogni gara interna e che, nell’intervallo, magari, trasformi l’acqua in the; oppure lo considerino uno dei migliori centrocampisti “under” del girone H, capace di tutto, e, però, ogni tanto, anche di qualche battuta a vuoto. Per me anche questa volta lotta e prova il miracolo. Che non ci riesca è solo NORMALE (6,5).

LIVIERI. Ha, per corrispettivo, il migliore dei materani. Della Corte pendola dall’una all’altra metà del campo, sulla fascia di sua pertinenza, per tutta la prima parte di gara. Lui corre e combatte: di fioretto. Mandatelo voi in campo un ’89, pure “belloccio”, negli stadi napoletani e pugliesi della serie D. E poi risentiamoci. E se non ci credete, venite a vederlo, ogni giorno, al “Lorusso”, agli ordini mister Di Pasquale. SCOIATTOLO (6,5).

PISCOPO. Non appena si alza dalla panchina per il riscaldamento, il pubblico venosino “rumoreggia” positivo. Entra e regala due belle giocate. Che non ci si aspetti di più (monito riferito anche a chi scrive) perché si rischia (mai sia) di fischiarlo qualche volta. E ha solo 17 anni. Della serie: SARANNO FAMOSI (6).

CHIAIESE. Ha il piede di velluto e, siccome ancora senza la giusta condizione ed intesa con i compagni, un po’ lezioso. E’ lui ad essere sacrificato, da mister Di Pasquale, dopo l’espulsione di D’Andrea. C’era da aspettarselo. L’avrebbe fatto anche il mister illegale che “indossa scudetti altrui” e che guida la squadra che chiamano campione d’italia. DA RIVEDERE (6): intendendo Chiaiese. Perché tale R. Mancini “solo a rivederlo” mi si rivolta …

MIRABILE: Entra a puntellare il centrocampo orfano del laterale che, causa l’espulsione di D’Andrea, scende “sulla bassa”. Un altra volta in un “part time” che non lo vede, ed è nella logica, “protagonista”. Ma il suo compito lo svolge di nuovo. IMPIEGATO (6).

CIOCIA. Il temperamento ed una certa strafottenza tutta napoletana sono dalla sua parte. Peccato che spesso non le condivida con il resto della squadra. Beccato al momento della sostituzione, accenna, ma senza eccedere, il suo personale Vaffa-day. Io continuo a dargli credito. Sperando di essere RICAMBIATO (6).

PERSICHINO. Mentre in campo il ritmo è quasi da camomilla ed in tribuna si aspetta di portare in porto lo zero a zero, lui si traveste da Incredibile Hulk e, su punizione, spara un missile che neanche a Cape Canaveral. Il suo sinistro “velenoso ma centrale” – raccontano le cronache – è deviato in corner da Petruzzelli. IRRIDUCIBILE (6).

DI PASQUALE. Era la prima gara veramente difficile per l’Horatiana: gli entusiasmi dopo Francavilla come clienti pericolosi. Il Matera rafforzato che, per di più, si annuncia spavaldo. L’espulsione di D’Andrea. Aggiungiamoci Malagnino e Branicki fuori. Lui, audace quanto basta solo nel dopo gara, ha di nuovo “vinto”. Guardate la classifica dell’Horatiana e chiedetevi “CHE COSA VOLETE DI PIU’ DALLA VITA …?” (7).

Donato Mennuti

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(VIII^ Giornata)

 H. Venosa – Matera: 0 – 0.

Ci prova la Puglia del B & B: Bitonto (1 – 0 con il Brindisi) e Barletta (4 – 0 con il Lavello) provano quella che, a chi s’intende di ciclismo e di “Giri”, è una fuga “da lontano”.  E ad attaccare “da lontano” non sempre è buono.

Ma questo vale per le due ruote.

Il calcio, invece ed alcune volte, ma solo alcune, sembra dire “Fammi prima e fammi …”.

Ed allora peggio per chi insegue: perchè il potere logora chi non ce l’ha.

La Campania, infatti, rincorre: con la “superaccessoriata” Aversa che, contro il Grottaglie di mister Del Rosso, non fa meglio di quanto ha fatto, al Lorusso, la matricola Horatiana (uno a uno), ed il Pomigliano che, dopo sei giornate “utili” consecutive, a Gragnano, al 90′, vede sfuggirsi il pari che l’avrebbe fatta “terza forza”. 

A “fiatare sul collo” delle campane ancora due pugliesi:

il Grottaglie (di cui sì è già detto per quanto fatto a San Felice) ed il Brindisi che, nell’anticipo di sabato, per nulla demeritando, ha perso contro la capolista Bitonto.

E le due lucane: il Francavilla di Lazic che si riscatta dopo l’ultima sconfitta casalinga andando a vincere ad Ischia, in quella che è diventata, per gli ischitani, “l’isola che non c’è” (tre sconfitte consecutive in casa); e l’Horatiana Venosa che “tiene” un pari casalingo contro il Matera di Ruisi, giocando, per oltre metà gara, in dieci, a causa dell’espulsione del centrale di difesa D’Andrea.

Detta espulsione, va detto, non ha alterato la grande solidità difensiva casalinga dei gialloverdi di Di Pasquale, i quali, escludendo “i marziani” del B & B (a zero nella casella dei gol subiti in casa), sono l’undici con la miglior difesa tra le mura domestiche (solo la sfortunata rete, al 93′, del Grottaglie contro le 2, 3, 4, 5 e 6 subite, in casa, da Pomigliano, Grottaglie, Brindisi, Aversa e Francavilla) dell’intero girone. E tanto a dispetto di qualche nuovo “giornalista della  domenica” che, evidentemente, “gode” (beato lui che s’accontenta) a propinare vari “5,5 e 6” ad una grande difesa quale si è dimostrata, sino ad ora, quella di Musco e Carlino.

Per il resto, facciamo presto e “scopiazziamo qualcosa”: altrimenti, come ha riferito qualcuno, non mi legge nessuno perchè, dicono, sarei “troppo lungo”.

Primo gol esterno del Quarto che gli consente di uscire indenne dal campo del Fasano (1 – 1). La stessa cosa e con il medesimo risultato dicasi per il Savoia che va a pareggiare a Giugliano: per i torresi non è solo il primo gol esterno ma anche il primo punto fuori casa. Gli spigolatori di Sapri, invece, bagnano la prima vittoria in casa con una cinquina: la Viribus, che pure fa tris, si deve arrendere ad un Visciglia di nuovo super e massimo cannoniere del girone.

Nulla da fare, ancora, per un Lavello che, dopo le decisioni della giustizia sportiva e “le quattro pappine” barlettane, resta sconsolatissimo ultimo nel girone. Appena dietro un incoraggiante Matera, che, come già detto, ottiene il pari a Venosa pur giocando, per tutta la seconda frazione di gioco, con un uomo in più. E prima della partita con un dirigente in più: il quale – in una trasmissione radiofonica – male ha fatto a dire che l’undici materano è sicuramente da play off e che a Venosa avrebbe, con molta probabilità, vinto … 

Diceva bene Nostro Signore: “Beati i poveri in spirito perchè di essi …”.

Donato Mennuti

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(VIII^ Giornata)

 H. Venosa – Matera: 0 – 0.

 

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Horatiana con un uomo in meno per mezza gara: soffre, lotta e riesce a non subire reti 

A Venosa 

  

è il gol il grande assente

Polveri bagnate per i biancazzurri di Ruisi al quarto pari di fila

Di Pasquale: “Complimenti”

  

Spogliatoio Non c’è serenità tra i dirigenti del Matera a fine gara  

Padula: “Sono molto deluso”

Zaza: “Squadra fatta male, servono almeno 4 elementi”

 

 

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Derby senza emozioni

Tra Horatiana e Matera finisce in parità e senza reti. Grazie al punto conquistato, i “draghi” di mister Di Paquale, ieri in campo con la nuova divisa biancazzurra, salgono in quinta posizione in classifica

 

 

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Materani più determinati ma poco incisivi. L’Horatiana paga le assenze di Malagnino e Branicki

Poche emozioni al Lorusso  

Pareggio a reti inviolate tra Venosa e Matera. I locali in dieci per un tempo

Commenti _ Di Pasquale: Ho visto giocare dieci gladiatori

 – Pagelle Venosa –

 Pendolino Tranchino, l’uomo in più.

D’Andrea, quel “macigno” rosso

 – Pagelle Matera –

Passiatore manca l’appuntamento con il gol.

Infaticabile Della Corte 

 

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Il 6 febbraio 1958 un’intera squadra veniva coinvolta in un disastro aereo: molti giocatori morivano, altri si salvavano. Dieci anni dopo, gli scampati e i giovani innesti conquistavano a Wembley la Coppa dei Campioni. Ricordiamoli. 

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Monaco di Baviera, 16,04 del 6 febbraio 1958: un bimotore della British European Airways, chiamato «Lord Burleigh», ottiene il permesso di alzarsi in volo.
Comincia a rullare lentamente, infila la pista di decollo, porta il motore al massimo e inizia a muoversi.
Si alza, pur se a fatica, e quando è a non più di cinque metri dal suolo s’incendia e scoppia in volo: con ogni probabilità – scoprirà in seguito la Commissione d’inchiesta subito insediata dalle autorità tedesche – il carrello, non ancora completamente rientrato, ha urtato una macchia d’alberi e il velivolo è scoppiato trasformandosi in un’enorme torcia per i serbatoi colmi di benzina.

Il «Lord Burleigh» era pilotato dal capitano James Thain, un uomo che aveva al suo attivo moltissime ore di volo come ufficiale della Royal Air Force durante la guerra, e proveniva da Belgrado: il velivolo era stato, infatti, affittato dal Manchester United come «charter» per trasportare la squadra campione d’Inghilterra a giocare con la Stella Rossa in Coppa dei Campioni. A bordo dell’aereo, quindi, con la squadra britannica, c’erano giornalisti, tecnici, membri dello «staff» del club: la stessa gente, più o meno, che era nell’aereo del Torino che nove anni prima si era schiantato contro la collina di Superga.

Stella Rossa – Manchester United, la sera prima, si era conclusa con un ottimo 3-3 per i britannici che, infatti, si consideravano già praticamente qualificati.
Era, «quel» Manchester United (nella foto sopra), una squadra giovanissima e fatta tutta quanta praticamente in casa da quel grande scopritore di talenti che era Matt Busby. «Quel» Manchester United, anzi, era tanto di Busby che i suoi componenti erano conosciuti dappertutto come i «Busby’s Babes», i «ragazzi di Busby». Ebbene, di quei ragazzi, ben otto (i terzini Roger Byrne e Geoff Bent; il mediani Edward Colman e Duncan Edwards; il centromediano Mark Jones; gli attaccanti William Whelam, irlandese, Tommy Taylor e David Pegg) persero la vita mentre tutti gli altri (i portieri Harry Gregg e Raymond Wood; il terzino Billy Foulkes; il mediano Jackie Blanchflower, nordirlandese, gli attaccanti Bobby Charlton, John Burry, Ken Morgans, Dennis Viollet, Albert Scanlon) oltre allo stesso Busby, rimasero, in maniera più o meno grave, tutti quanti feriti. Tra gli altri che persero la vita nell’incidente, ci fu anche l’ex portiere della nazionale britannica che sconfisse l’Italia 4-0 a Torino: quel Frank Swift che i tifosi di allora ricordano sia per le sue parate sia per il maglione giallo canarino che indossava nelle partite più importanti e che, conclusa la carriera agonistica, divenne giornalista sportivo.

Il “crash” del bimotore della BEA fu terribile e tra i sopravissuti c’è ancora chi lo ricorda come il peggior momento della propria vita. Gregg – che stava giocando a carte – ricordò così, alcuni giorni dopo in ospedale, quel terribile istante: “Pensai che fosse arrivata la fine. Quando l’aereo esplose persi i sensi e quando tornai in me, nella carlinga sventrata e avvolta dalle fiamme, mi trovai letteralmente circondato di gente morta e di feriti che si lamentavano. Aprii gli occhi incredulo e la sola cosa che feci, senza volontà e come un automa, fu di lasciare il mio posto e di scendere dall’aereo scivolando su di un’ala e di lì saltare a terra.

Tra le squadre che hanno fatto la storia del calcio moderno, il Manchester voluto e costruito da Matt Busby ha un posto di assoluta preminenza. Letteralmente plasmata dal suo ideatore, era una formazione composta di giovanissimi che lo stesso Busby aveva pescato nelle giovanili oppure che si era assicurato per poche sterline da altre società. E alla sua scuola tutti avevano migliorato in tecnica e gioco sino a divenire un undici in grado di farsi rispettare da chiunque, Real Madrid compreso. Bill Foulkes, uno dei superstiti, così ricorda quei tempi: “Se non ci fosse stata la tragedia di Monaco, la Coppa dei Campioni l’avremmo vinta noi: il 3 a 3 di Belgrado, infatti, ci consentiva di non avere problemi nel match di ritorno. Poi ce la saremmo vista con il Milan che, però, non temevamo. E quindi con il Real che era alla nostra portata”. 

Il destino, però, aveva deciso diversamente.

Nominato Cavaliere dieci anni dopo la sciagura di Monaco, Matt Busby così ricordava la storia della «nascita» della sua squadra di allora: «In porta giocava Wood che comperammo dal Darlington per seimila sterline e a cui chiedevamo di fare solo ciò che sapeva. Come terzini c’erano Bill Foulkes, un marcantonio che venne da noi dal St. Helens e che faceva coppia con l’aristocratico Roger Byrne, uno che si muoveva in campo come Nureyev sul palcoscenico, ma contro il quale, anche gente come Finmey e Mortensen non si era mai divertita. Questa, invece, era la linea dei mediani: Eddie Coiman, lo stilista, a destra; il forte Duncan Edwards a sinistra e Mark Jones, il comandante, al centro. E, in seconda istanza, Jackie Blanchflower. In attacco, poi, c’erano Johnny Berry, che acquistammo dal Birmingham per 25.000 sterline; Billy Whelan; Tommy Taylor, pagato 29.999 sterline dal Burnley perché per noi il tetto delle 30.000 sterline era insuperabile; Dennis Viollet e David Pegg».
E se questa era la «crema» di quel Manchester United, non è che il resto fosse molto diverso: gente come Bobby Charlton, Alex Dawson, Wilf McGuinness, Nobby Stiles, Nobby Lawton oppure Johnny Doherty, infatti, si presentava da sola!

A volere Busby al Manchester United era stato, alla fine del ’44, Louis Rocca che divenne lo «scout» preferito dal nuovo tecnico, il quale chiamò, come suo secondo, il gallese Jimmy Murphy.
E il duo Busby – Murphy, sin dai primi tempi, cominciò a lavorare in una sola direzione: quella che avrebbe portato alla creazione della grande squadra che scomparve quasi del tutto a Monaco.
Negli anni del management di Busby, il Manchester United ottenne alcuni risultati che ancor oggi sono dei primati: come il 10-0 inflitto all’Anderlecht nel ’56; i 64 punti nella stagione 1956′ – ’57; i 103 gol segnati nel ’57 – ’58 e nel ’58 – ’59; i 32 di Viollet (1959 – ’60); i titoli assoluti del ’52, ’56, ’57, ’65, ’67.
E a questi record, visto che è il più «Busby’s Babe» di tutti, vanno aggiunti, sia i 198 gol segnati da Bobby Charlton in maglia rossa nel periodo ’56 – ’73, sia le 106 presenze totalizzate nella nazionale britannica dallo stesso giocatore.

Distrutto a Monaco, il Manchester United, un po’ come l’araba fenice, risorse poco a poco dalle sue ceneri: alla guida della squadra era rimasto lo stesso Busby e, man mano che i superstiti si riprendevano, Sir Matt vi costruiva attorno una nuova squadra di cui Bobby Charlton era contemporaneamente guida e «star», ma, nella quale, gente come lo scozzese Dennis Law e l’irlandese George Best si integravano alla perfezione. E quando nel 1968, dieci anni dopo la tragedia del «Lord Burleigh», il Manchester United ottenne la sua prima vittoria in Coppa dei Campioni, Busby considerò conclusa la sua opera: dieci anni dopo, infatti, era riuscito a ricostruire una squadra simile a quella che si era disintegrata a Monaco e, pur se con un ritardo di dieci anni, era riuscito a portare a Manchester il più prestigioso titolo continentale. Gli uomini di quell’incontro furono Stepney; Brennan, Dunne; Crerand, Foulknes, Stiles; Best, Kidd, Charlton, Sadler, Aston: alcuni sopravissuti tra i primi «ragazzi di Busby», ed altri, la maggioranza, «nuovi».
Ma tutti plasmati dalle mani del «gran vecchio» del calcio inglese che quella sera a Wembley (29 maggio 1968) alla fine, pianse…

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Il Manchester United trionfatore della Coppa Campioni 1968, a 10 anni esatti di distanza dal disastro di Monaco. Al centro, con la Coppa, Sir Matt Busby. 

 

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